Un Dio non è una divinità
La parola è il primo ostacolo del metodo, ed è meglio toglierlo di mezzo subito. Nei Quattro Pilastri, un Dio non designa alcuna divinità, alcuna entità, alcuna potenza venuta da fuori del tema. È un nome di relazione. Ogni tronco presente nel tema viene messo a confronto con il Maestro del Giorno, e il nome che porta questo confronto è ciò che si chiama un Dio. Non c’è dunque nulla da invocare e nulla da onorare: c’è una posizione da leggere.
La conseguenza è più interessante dell’avvertenza. Un Dio non esiste mai da solo. Si tolga il Maestro del Giorno, e i dieci nomi si cancellano con lui, perché non resta più alcun punto di confronto. Lo stesso tronco, in due temi diversi, non porta necessariamente lo stesso Dio: non è il tronco a essere cambiato, è il riferimento. È ciò che separa questa griglia da un dizionario di significati fissi, dove ogni segno porterebbe ovunque lo stesso senso. Qui tutto è relativo a un solo carattere, e la pagina madre del modulo colloca quel carattere nell’insieme dei quattro pilastri.
In altri termini, i dieci Dei non sono dieci contenuti. Sono dieci modi di essere collocati rispetto al centro del tema. Il vocabolario è antico e immaginifico, la meccanica che ricopre è di una regolarità quasi aritmetica.
Perché dieci, né nove né dodici
Il numero non dipende da alcuna convenzione arbitraria, si deduce. Tra il Maestro del Giorno e un altro tronco sono possibili cinque relazioni, e cinque soltanto:
- i due condividono lo stesso elemento;
- il Maestro genera l’elemento dell’altro;
- il Maestro controlla l’elemento dell’altro;
- l’altro controlla l’elemento del Maestro;
- l’altro genera l’elemento del Maestro.
Cinque casi, dunque. Ma ciascuno si sdoppia, perché un tronco non porta soltanto un elemento: porta anche una polarità. La relazione non si legge allo stesso modo a seconda che i due tronchi siano di polarità identica o di polarità opposta. Cinque relazioni, due polarità, e il conto è chiuso: cinque per due fa dieci. Nulla di più, nulla di meno, e nessuna casella vuota. La pagina dedicata allo Yin e allo Yang approfondisce questo secondo asse, che qui raddoppia la tavola senza cambiarne la logica.
Questa costruzione spiega anche perché la griglia si richiuda su sé stessa. Non esiste un’undicesima relazione da scoprire: le cinque posizioni possibili attorno al Maestro del Giorno esauriscono i rapporti di elemento, e la polarità offre solo due risposte.
Le cinque relazioni e i dieci nomi
| Relazione con il Maestro del Giorno | I due Dei |
|---|---|
| Stesso elemento | Bi Jian (polarità identica), Jie Cai (polarità opposta) |
| Elemento generato dal Maestro | Shi Shen, Shang Guan |
| Elemento controllato dal Maestro | Pian Cai, Zheng Cai |
| Elemento che controlla il Maestro | Qi Sha, Zheng Guan |
| Elemento che genera il Maestro | Pian Yin, Zheng Yin |
Nella prima riga la condivisione è nominata senza ambiguità: Bi Jian per la polarità identica, Jie Cai per la polarità opposta. Le altre quattro righe obbediscono allo stesso principio, ciascuno dei due nomi spettando a uno dei due casi di polarità. La tavola si legge dunque sempre in due tempi: prima la relazione di elemento, che sceglie la riga, poi la polarità, che sceglie il nome.
Si impone un’osservazione di lettura sulle due relazioni di controllo, che si confondono facilmente. Elemento controllato dal Maestro ed elemento che controlla il Maestro non descrivono la stessa situazione: il verso della relazione cambia tutto, e i quattro nomi coinvolti (Pian Cai, Zheng Cai, Qi Sha, Zheng Guan) non sono intercambiabili. Stessa vigilanza sulle due relazioni di generazione, l’una che va dal Maestro verso l’altro tronco, l’altra dall’altro tronco verso il Maestro.
Nomi che restano in pinyin
Bi Jian, Jie Cai, Shi Shen, Shang Guan, Pian Cai, Zheng Cai, Qi Sha, Zheng Guan, Pian Yin, Zheng Yin: questi dieci nomi sono pinyin, e non si traducono in alcuna lingua. Un lettore tedesco, spagnolo o portoghese incontrerà esattamente le stesse dieci etichette di un lettore italiano.
La scelta non è un vezzo. Una traduzione produrrebbe dieci formule approssimative, e soprattutto dieci formule diverse da un’opera all’altra, là dove il pinyin garantisce che si parli davvero dello stesso termine. È la stessa regola che si applica ai nomi dei tronchi celesti, come Jia: sono trascrizioni, quindi nomi propri, e un nome proprio si ricopia.
Ciò che la griglia non dice
Un Dio nomina una relazione, non un verdetto. Individuare un Qi Sha o uno Zheng Yin in un tema significa constatare una posizione, non descrivere un evento né annunciare un esito. La griglia serve a descrivere la struttura di un tema, non a prevedere ciò che vi accadrà.
Non sostituisce nemmeno la lettura degli elementi stessi. Un tronco conserva il suo elemento e la sua polarità, che ci si interessi o meno al Dio che porta: le pagine degli elementi, come quella del Legno, descrivono questa materia prima, e i dieci Dei vengono solo dopo, per dire come essa si collochi rispetto al centro del tema. Le due letture si sovrappongono, non si sostituiscono l’una all’altra.